
Electric Child
di Simon Jaquemet
Svizzera, 2024, 118′, Sci-fi thriller

Con la rapida evoluzione delle Intelligenze Artificiali, e gli enormi investimenti con cui i governi mondiali più avanguardisti stanno cercando di dominare la frontiera dello sviluppo tecnologico del futuro, è chiaro che il tema dell’AI, e della progressiva contaminazione del virtuale con il reale, si trovi ormai al centro di innumerevoli narrazioni. Ed è proprio attorno a questo immaginario che “Electric Child”, il debutto in lingua inglese del regista svizzero Simon Jaquemet, fa ruotare le sue riflessioni, per buona parte incentrate sul legame tra virtualità e realtà, e sulle conseguenze (drammatiche? ottimistiche?) che l’imminente sovrapposizione di tali dimensioni può generare per l’avvenire dell’essere umano. A suggellare questa connessione, e a declinarla in una cornice da sci-fi movie, interviene qui l’informatico Jason (Elliott Crosset Hove), uno scienziato esperto di AI impegnato a creare una nuova e avveniristica forma di Intelligenza Artificiale capace di abitare, sotto forma di “essere umano”, un network digitale in tutto e per tutto simile al nostro mondo. Ma il figlio appena nato dell’uomo è destinato a perire a causa di una malattia genetica, e per poter salvare la vita del bambino, il protagonista decide di soddisfare una specifica richiesta della macchina: cioè quella di trasferirsi nel mondo reale, dietro la promessa di curare il primogenito di Jason. E a differenza di molte opere analoghe, nel presentare i propri ragionamenti sulla progressiva umanizzazione dell’AI, e su ciò che tale fenomeno può comportare per la preservazione della singolarità dell’individuo, “Electric Child” non scade in facili paure millenariste né in mere visioni di stampo apocalittico. Anche perché, sembrerebbe suggerire Jaquemet, il futuro dell’uomo, nel bene o nel male, dipende sempre dalla sua capacità/volontà di declinare lo sviluppo tecnologico in una funzione migliorativa per la società, e di porlo al servizio del genere umano.
The Dutchman
di Andre Gaines
USA, 2025, 88′, Thriller psicologico

L’identità black, in un’America che tende a nascondere le proprie colpe (passate, e forse anche presenti), può risultare spesso fratturata, specialmente agli occhi di chi vive, già a livello personale, una profonda crisi esistenziale. Clay (a cui presta il volto un travolgente André Holland) sembra non a caso rappresentare in “The Dutchman” l’esempio paradigmatico di tale fenomeno, essendo un businessman afroamericano di grande successo, incapace però di coniugare le aspettative che la società bianca pone su di lui con le deflagranti pressioni derivanti da un matrimonio sul filo del collasso. L’ansia di trovare un equilibrio all’interno di un simile orizzonte caotico non fa che aumentare di giorno in giorno il suo sfasamento psichico, finché l’incontro notturno in metropolitana con un’imprevedibile e mefistofelica donna (Kate Mara) non lo porrà dinanzi ad una scelta: prendere finalmente in mano le redini della propria vita, o profondare negli abissi della crisi che lo sta dilaniando dall’interno. Ed è a partire da una spirale così negativa di emozioni e cortocircuiti esistenzialisti che il cineasta statunitense Andre Gaines dà luce ad una narrazione propriamente disturbante, capace di posizionare lo spettatore nella medesima condizione di disequilibrio vissuta dal disorientato protagonista, innervando nel contempo i linguaggi tensivi del thriller/horror psicologico di valenze anche, e soprattutto, politiche. Destinate qui a riflettere sui retaggi odierni della cultura black, e sulle difficoltà a cui gli afroamericani vanno quotidianamente incontro ogni qualvolta tentano di manifestare la propria identità collettiva nel cuore di una società a trazione ancora bianca.
The Well
di Hubert Davis
Canada, 2025, 91′, Dramma post-apocalittico / Thriller di sopravvivenza

Come si può generare un senso di comunità, in un contesto dove l’individuo deve affidarsi esclusivamente a sé stesso o alle persone a lui/lei più care, per poter accarezzare una (flebile) fantasia di sopravvivenza? È questo interrogativo che il cineasta canadese Hubert Davis posiziona al centro del suo “The Well”, un’opera ambientata in un orizzonte post-apocalittico, che in linea con i testi ad essa analoghi, disegna una geografia (spaziale, esistenziale ed emotiva) dove l’assoluto individualismo sembrerebbe costituire l’unica via perseguibile per coloro che desiderano sopravvivere in una cornice progressivamente svuotata di esseri umani, nazioni, confini, e quindi di comunità. In prima battuta, è la sola famiglia a costituire, nell’incipit del racconto, l’unico nucleo nel quale una persona può trovare la propria dimensione: ma nel momento in cui un ragazzo, arrivato alle soglie dell’abitazione di Sarah e dei suoi genitori, scopre che il loro pozzo (vale a dire la principale fonte di “vita” in un orizzonte post-epidemico) è ormai contaminato, ecco che il senso di appartenenza provato dai vari personaggi si carica qui di nuove sfumature. Tanto che la protagonista, dopo aver accettato l’invito del giovane uomo a seguirlo nei boschi con la speranza di trovare una nuova sorgente d’acqua, si troverà costretta a rinegoziare il suo stesso senso di “lealtà” non appena si interfaccerà con i membri della comunità (o culto) a cui appartiene il ragazzo. Ed è sullo sfondo di tali “travalicamenti” di spazi e confini (anche esistenziali) che “The Well” si serve dei codici della narrazione post-apocalittica per parlare dei vari modi in cui stiamo al mondo.
The Occupant
di Hugo Keijzer
Paesi Bassi, 2025, 104′, Thriller sci-fi

Opere sci-fi come questo “The Occupant” possono rompere barriere e confini spazio-temporali senza alcuna soluzione di continuità, per dare vita a viaggi cosmici dall’evidente connotazione catartica. È alla luce di un simile espediente narrativo che la geologa inglese Abby (Ella Balinska), divisa tra il lavoro e il dolore per le condizioni di salute critiche dell’amata sorella, viene letteralmente catapultata in una spedizione surreale per volontà di una forza astrale dalla natura imprecisata, con l’obiettivo di portarla ad una comprensione maggiore delle sofferenze che la stanno lacerando dall’interno. E nel momento in cui si troverà dispersa tra i monti del Caucaso georgiano, dove era giunta per recuperare un materiale talmente prezioso da permetterle potenzialmente di salvare la sorella, ecco che la protagonista sarà costretta ad intraprendere un vero e proprio cammino di sopravvivenza, al termine del quale potrà tornare a vedere la luce. Ma le vie della sofferenza sono tortuose, e nel dilatare costantemente i tempi della narrazione, il cineasta olandese Hugo Keijzer ci fa vivere tutto lo struggimento di Abby, qui dislocata in uno spazio trascendente, a metà tra il gelo delle montagne e l’asetticità del cosmo. Un luogo “animistico”, quello in cui prende piede il racconto, dove gli elementi soprannaturali (cioè le sfumature fantascientifiche della storia) si ergono ad allegorie del profondo – e in questo caso dolente – amore sororale.
The Storm
di Busifan
Cina, 2024, 105′, Epico-fantasy animato

Yang Zhigang costruisce un’epopea animata in cui l’arte dell’inchiostro cinese si intreccia a una narrazione intrisa di simbolismi e di echi folklorici. Un giovane orfano viene accolto da Daguzi, uomo dal passato enigmatico che lo ritrova alla deriva in un fiume. I due intraprendono un viaggio verso la Baia del Grande Drago, mossi dalla ricerca di un veliero nero, custode di un antico tesoro noto come Nuralumin Satin. Ma il loro cammino è costellato di mostri, maledizioni e di una trasformazione inesorabile che minaccia Daguzi, costringendo il giovane Bao a confrontarsi con oscure presenze. Il film si distingue per un’estetica di rara raffinatezza, che omaggia le tradizioni pittoriche cinesi e crea un’atmosfera intensamente onirica e suggestiva. La trama, pur complessa e pregna di riferimenti culturali, affronta temi universali quali l’identità, il sacrificio e la ricerca della redenzione. Con quest’opera, il regista indipendente cinese si inserisce in un filone dell’animazione che sovverte le convenzioni occidentali, offrendo una visione originale e profonda del mondo, filtrata attraverso lo sguardo del giovane eroe e del suo enigmatico mentore.
Strange Harvest
di Stuart Ortiz
USA, 2024, 94′, Mockumentary horror

Come tipico dei migliori mockumentary, “Strange Harvest” si muove costantemente sulla (sottilissima) linea di demarcazione tra realtà e finzione, senza mai rompere il suo “gioco”. La reiterazione dei linguaggi del cinema documentaristico, qui declinati in un contesto narrativo puramente fittizio, permette di fatto al cineasta statunitense Stuart Ortiz non solo di dialogare con le aspettative “ludiche” che gli spettatori ormai storicamente nutrono nei confronti dei falsi documentari sin dai tempi di “The Blair Witch Project”: ma anche, e soprattutto, di restituire una profonda sensazione di “veridicità” ad un racconto propriamente artefatto e (ri)costruito. E abbandonate le derive fantastico-orrorifiche di molti lavori omologhi, l’opera seconda del regista californiano concentra la sua attenzione (quasi) esclusivamente sugli orizzonti del documentario investigativo: di cui Ortiz replica ora tutte le più comuni forme e strutture, dalle interviste agli agenti coinvolti nella caccia ad un fantomatico serial killer di stanza a San Bernardino (denominato “Mr. Shiny”), alla ricostruzione chirurgica delle prove inerenti al caso, con l’obiettivo di tracciare le tappe di un’indagine apparentemente “impossibile” e di difficile decodificazione. È in questo modo che “Strange Harvest”, focalizzandosi prevalentemente sulle pratiche di detection dei poliziotti, ricostruisce fittiziamente i termini di un’investigazione assurda, tarata sulla ricerca di un uomo diabolicamente elusivo, che agli occhi degli agenti (e del pubblico) appare “astratto”, quasi fosse un fantasma.
Salt Along the Tongue
di Parish Malfitano
Australia, 2024, 113′, Horror-drama

A volte per trovare il proprio posto in una dimensione culturalmente inedita, basta ritornare per un attimo alle proprie radici. Per ogni migrante italiano che abbia lasciato la patria in cerca di condizioni di vita più virtuose, il cibo ha spesso rappresentato un porto sicuro, un universo in cui rifugiarsi e ri-scoprirsi anche in luoghi fisicamente remoti dalla propria terra d’origine. La famiglia della giovane italo-australiana Mattia (Laneikka Denne) costituisce un esempio lampante di tale fenomeno, tanto che i suoi membri hanno visto nella cucina uno strumento con cui affermare sé stessi in una nazione apparentemente “aliena” come quella oceaniana, senza però perdere quella connessione identitaria che sembrerebbe legarli ad un unico fil rouge. Tutti i personaggi di “Salt Along the Tongue”, da questa prospettiva, sono connessi in un modo o nell’altro alla cultura culinaria del bel paese, tanto che nel film ogni snodo narrativo, specialmente quelli relativi alla rielaborazione del lutto materno da parte della protagonista, passa dal cibo. E dal momento che il tema-cardine del racconto si sposa idealmente con i linguaggi dell’horror, ecco che il regista Parish Malfitano (anche lui di origini italiane) decide di guardare alle estetiche del giallo – con particolare riferimento alle opere di Mario Bava – per delineare le logiche di una narrazione profondamente catartica, dove i codici del body horror o della ghost story, mixati con le coordinate visive dei b-movies nostrani, permettono al cineasta di restituire al cibo una connotazione tanto soprannaturale quanto culturale, attorno a cui un nucleo familiare in disgregazione ritroverà la propria identità.
A Grand Mockery
di Adam C. Briggs, Sam Dixon
Australia, 2024, 104′, Dramma psicologico

La New Wave australiana ha riconfigurato, negli anni ’70, il modo di raccontare il paese e le idiosincrasie dei suoi insulari abitanti. Da questo punto di vista, i due talentuosi cineasti Adam C. Briggs e Sam Dixon stanno dimostrando negli ultimi tempi di aver metabolizzato con precisione le lezioni dei grandi maestri del passato, da Ted Kotcheff a Nicholas Roeg, tanto da utilizzare il grande schermo come cassa di risonanza delle eccentricità dei loro conterranei, a contatto con ambienti talvolta devianti e inconcepibilmente sfuggenti. E proprio il protagonista di “A Grand Mockery” (a cui presta il volto lo stesso Dixon) sembrerebbe rappresentare l’oggetto emblematico del potere trasformativo che gli spazi australiani hanno su coloro che li attraversano. Josie è, non a caso, un uomo privo di una vera direzione: per tutto il film lo vediamo girovagare tra gli angoli più sporchi e dimenticati di Brisbane, e nel corso di questa sua incontrollabile deriva motoria, egli subisce una progressiva involuzione/deformazione, sia fisica che mentale, attivata dall’alienazione di cui il sottobosco cittadino permea l’individuo. Ed è alla luce di queste traiettorie di vita quasi cosmiche, che il duo di registi mette in scena con “A Grand Mockery” un racconto dominato dalla stasi, dove nulla veramente accade, e il cui significato giace tutto nelle singole azioni, nei gesti, movimenti e nelle pure aspirazioni mondane dello stravagante protagonista, sotto le quali lui (e per estensione il cittadino comune australiano) sembra grottescamente sprofondare.
Salvageland
di Lino Cayetano
Anteprima Mondiale a Oltre lo Specchio Film Festival
La première nelle Filippine si terrà il 26 Novembre.
Filippine, 2025, 90′, Thriller/Drama

Longline
Un poliziotto locale prossimo alla pensione e il suo giovane figlio, agente dai saldi principi, vengono travolti da una notte di violenza brutale quando una donna ferita — in fuga da un potente cartello criminale — cerca rifugio nella loro fatiscente sottostazione di polizia, situata in una cittadina desolata lungo una strada dimenticata. Padre e figlio si troveranno così costretti a un confronto estremo che metterà alla prova il loro legame, le loro convinzioni e la loro stessa sopravvivenza.
Sinossi breve
In una cittadina dimenticata, lungo un tratto di strada abbandonato e sepolto sotto strati di fango vulcanico, il capo della sottostazione SARGE MORALES è a pochi giorni dalla pensione — ormai rassegnato all’idea che, per sopravvivere, sia meglio tenere la testa bassa. Ma questa visione cinica della vita lo pone in conflitto con il figlio JULES, un giovane agente idealista deciso a indagare su una serie di cadaveri smembrati collegati a un violento cartello automobilistico guidato da DONALD NAVARRO e dai suoi spietati fratelli, CALOY e MIA.
La frattura tra padre e figlio raggiunge il punto di rottura in una notte fatale, quando incontrano SALLY, la moglie di Donald, disperata in cerca di rifugio presso la loro isolata stazione di polizia. Quando Jules decide di disobbedire agli ordini e offrirle protezione, Sarge si trova di fronte a una scelta: preservare il fragile equilibrio che lo ha tenuto al sicuro per anni, o schierarsi con suo figlio. Nel confrontarsi con il prezzo del proprio silenzio, dovrà decidere se rischiare tutto per proteggere Jules — o restare complice e perderlo per sempre.
“Salvageland” è un crudo thriller neo-western sul confronto morale e sul prezzo della giustizia in una terra segnata da violenza e abbandono — dove gli uomini sono plasmati dal silenzio, dalla paura e da un ambiente ostile che li ha costretti a sopravvivere.
Informazioni sul film e Cast tecnico-artistico
Titolo: Salvageland
Regia: Lino S. Cayetano
Sceneggiatura: Shugo Praico, John Carlo Pacala
Produttori: Shugo Praico, Charm Guzman, Arleen Cuevas, Vincent Del Rosario III, Veronique Del Rosario-Corpus, Valerie Salvador Del Rosario
Produttori esecutivi: Vic Del Rosario, Lino S. Cayetano, Amparo Maria J. Zamora, Lyle Pasco, Manuel Zamora Jr.
Paese di produzione: Filippine
Lingua: Filippino con sottotitoli in inglese
Tipologia: Lungometraggio di finzione
Genere: Crime-drama, Neo-Western
Durata: 1 ora e 30 minuti
Formato: Digitale
Cast: Richard Gomez, Elijah Canlas, Mon Confiado
Direttore della fotografia: Moises M.M. Zee
Scenografia: Carmela Danao
Montaggio e color correction: Moises M.M. Zee
Colonna sonora: Jose Antonio Buencamino
Sound design: Gregorio Rodriguez III
Junior Producers: Aiah Gertos, Maryruth Maximo
Aiuto regista: Ricardo Navarro
The Journey to No End
di Chen Xiang (Ospite in sala – 11 novembre 20:30, Aula Magna di RUFA)
Cina, 2025, 93′, Dramma distopico / Sci-fi

In un futuro devastato dal collasso ambientale, l’umanità è sospesa tra due mondi: quello reale, ormai in rovina, e il New World, una dimensione digitale dove è possibile caricare la propria coscienza e scegliere i compagni di viaggio per una nuova esistenza artificiale. In bilico tra questi due mondi vive Cheng Qi, sedicenne che, dopo la scomparsa del padre nel mondo virtuale, intraprende un viaggio per ritrovare la madre che lo ha abbandonato anni prima. La sua ricerca diventa presto un percorso interiore, un cammino di formazione e smarrimento, dove la linea che separa memoria e simulazione, desiderio e verità, si fa sempre più labile. In un universo distopico di silenzi, pause e atmosfere sospese, il regista Chen Xiang costruisce un racconto che riflette sulla fragilità dell’identità e sul bisogno umano di appartenenza. Mentre il confine tra realtà e artificio si dissolve, Cheng Qi dovrà scegliere se affrontare la solitudine del mondo reale o abbandonarsi alla perfezione illusoria del New World. In questa sospensione senza fine, il viaggio diventa metafora della condizione umana: la ricerca di sé come unica forma possibile di salvezza.
Can I Get a Witness?
di Ann Marie Flaming
Canada, 2024, 110′, Dramma sci-fi allegorico

L’utopia nasconde spesso i semi della distopia. La visione di un mondo-altro, epurato delle anomalie che contraddistinguono la realtà in cui viviamo, e che contribuiscono a gettare un alone oscuro sul futuro del pianeta e sulle capacità del genere umano di preservare l’integrità dell’ecosistema globale per le generazioni a venire, può facilmente scadere in una presentazione altrettanto apocalittica della quotidianità. È proprio a questo fenomeno che la regista canadese Ann Marie Fleming sembra alludere in “Can I Get a Witness?”, una sorta di favola ecologista dove l’antropocentrismo, ovvero l’attitudine dell’uomo ad influenzare con le sue attività quotidiane le trasformazioni planetarie, è completamente depotenziato. Ogni individuo calato in questo futuro alternativo ha infatti la possibilità di vivere fino a 50 anni: età alla quale è costretto ad accettare le “procedure di fine vita” proposte dai governi locali in modo da non arrecare ulteriore danno al pianeta. La giovane Kiah (Keira Jang) ne è cosciente, eppure è solo durante il suo primo giorno di lavoro come “testimone” (la ragazza ha il compito di raffigurare, con i suoi disegni, gli ultimi istanti di vita dei cinquantenni) che comprende gli enormi sacrifici che noi individui dovremmo metaforicamente compiere per garantire una speranza di salvezza al mondo che ci circonda. E nel delineare una narrazione così allegorica, la cineasta adotta i linguaggi non del puro sci-fi, ma del dramma intimista. I soli che, ai suoi occhi, permettono ad un racconto apparentemente “apocalittico” di validare la capacità delle persone di consegnare ai posteri un pianeta su cui vale la pena trascorrere l’esistenza.
